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Parto indotto




Ci sono casi in cui si sconsiglia di arrivare a termine naturale con la gravidanza e quindi si “induce” il parto. Ma che cosa è l’induzione? Come funziona?

Siete in molte ad avermi scritto chiedendo di creare un angolo dove parlare del parto. Argomenti di scottante interesse soprattutto per le nostre amiche che hanno scoperto di essere incinta ☺.

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Vi racconto della mia induzione.

Ho avuto una gravidanza normalissima, anzi, oserei dire splendida. L’unico problema – se così si può dire – è stato un gonfiore dolorante alle dita delle mani verso la fine (eravamo in agosto).
Fin dall’inizio, Davide si prospettava un discreto vitellino: è sempre stato al 75° percentile. Fino all’ecografia del 7° mese dove si è collocato addirittura OLTRE la tabella dell’ecografista. Cioè, il peso stimato al settimo mese di gravidanza era di 3.750. Io, in effetti, avevo una pancia spaventosa. Tutti mi chiedevano se non fossero due. Invece era  uno solo, ma grosso come un vitello.

Non che potessi aspettarmi di partorire un fringuello visto che sia io che mio marito siamo piuttosto alti e che entrambi siamo nati, rispettivamente, di 5 e 4 chili.

Sia l’ecografista che la mia ginecologa sentenziano subito: induzione alla 38° settimana o cesareo programmato alla 39°. Infatti il bambino macrosomico (parolone solo per dire che è più grande della media) può risultare in un parto difficile con possibili rischi per la madre e per il bimbo: pericolo di soffocamento, rischi allo sviluppo dell’apparato respiratorio (a causa del comprensibile schiacciamento della gabbia toracica per passare dal canale naturale), problemi di ipertensione per la mamma. Inoltre io, che sembro grande e grossa, in realtà sono molto stretta di bacino e quindi il rischio che alla fine non ci passasse era reale.

Tuttavia io di cesareo non ne volevo sentir parlare. Ci tenevo tantissimo al parto naturale, per dire, ero addirittura in dubbio se volere o no l’epidurale. Volevo a tutti i costi che l’evento fosse il più naturale e spontaneo possibile. Quindi non rimane che l’induzione per provocare le contrazioni e un parto naturale.

Vengo ricoverata in ospedale e la sera stessa comincia la solfa.
Prima un’ora di monitoraggio, cioè collegata agli elettrodi la mia panza, viene monitorato il battito cardiaco del piccolo e vengono segnalate le eventuali contrazioni uterine. Dopo un’ora, mi danno mezza pastiglia da sciogliere sotto la lingua e poi altra ora di monitoraggio.

Nulla di nulla.

Le ostetriche sono serene. Alla prima pastiglia non succede mai nulla, mi dicono tranquillizzandomi. Domattina alla seconda, vedrà che parte il travaglio. Trascorrono otto ore tra la prima e la seconda, quattro tra le successive.
Al mattino dopo uguale. Niente di niente.
Dopo quattro ore, la terza pastiglia e finalmente partono le contrazioni. Anche abbastanza intense e dolorose ma piano piano – incredibilmente – si placano fino a scomparire e il risultato è dilatazione ZERO.

Vi risparmio i consulti, i medici, le visite ecc. ecc. Fatto è che dopo 5 induzioni, 36 ore di insonnia trascorse in sala travaglio (a sentire le altre che partorivano) la frustrazione e la stanchezza iniziavano a montare. E, sinceramente, l’idea di affrontare un travaglio in quelle condizioni non mi esaltava. Ma comunque.

Riunione dei due ginecologi di turno e delle ostetriche per comunicarmi che oltre la quinta induzione non si è mai andati, che non sono caramelle ma comunque bombe ormonali. Inoltre visto l’utero perfettamente chiuso era rischioso e inutile tentare di rompere il sacco. Tra l’altro l’uncino che usano non sarebbe nemmeno passato dal mio utero a tenuta stagna. Quindi l’unica soluzione è il cesareo.
Tric e trac, dopo venti minuti tenevo il mio amore tra le braccia.

La tragedia è stata il “dopo” cesareo. Infatti, a un certo punto le cinque pastiglie hanno fatto effetto in qualche modo e quindi ho avuto fortissime – da urlare – le contrazioni di rientro. Quelle che riportano l’utero alle dimensioni iniziali. Peccato che tali contrazioni avvenivano su una ferita freschissima, quella del cesareo appunto, per cui non sto a dirvi il male e la fatica che ho fatto a riprendermi. Per fortuna che l’esserino che tieni tra le braccia ti ripaga di tutto e anche di più.

Prima dell’induzione, l’ospedale ti consegna diversi fogli dove ti informa sul tipo di farmaco, sulle conseguenze ecc.  Quello che forse non tutti ti dicono è che però il travaglio indotto è in genere più doloroso e spesso più lungo di quello naturale. Il che fa propendere per l’epidurale che, sempre ma particolarmente in questo caso, è una vera manna. Inoltre il rischio che le contrazioni di rientro siano molto dolorose è alto. Non sempre ma succede.

Una volta, e mi dicono che in alcuni ospedali è ancora così, si facevano le punture o le flebo ti ossitocina. Adesso è un metodo in disuso perché molto lungo e  – mi hanno detto – molto molto più doloroso.

Io credo che poi quando una è lì, soffre comunque. E in ogni caso la soglia del dolore è talmente soggettiva che queste pseudomisurazioni lasciano un po’ il tempo che trovano.

Il mio ospedale vanta come fiore all’occhiello il minor numero di cesarei in Italia o in Europa non ricordo (meno del 20% che raccomanda l’OMS) ed è per questo che insistono tanto con l’induzione. La mia amica Stefi ha fatto un parto indotto dieci giorni prima di me perché aveva poco liquido. A lei è partito con la seconda pastiglia, grazie all’epidurale santa, se l’è sfangata. Ma comunque si è fatta un bel travaglio di 20 ore.

E a voi come andata? Altre esperienze di induzione?

    

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