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Cara azienda, sono incinta

Comunicare in ufficio il proprio stato di gravidanza è sempre un momento delicato, che ci causa disagio. Tuttavia va fatto, senza fretta, con lealtà e onestà ma soprattutto senza credere a bufale e leggende metropolitane.

“Ehm, hai tenuto via tutte le cose di Davide, vero?” esordisce imbarazzata mia cugina al telefono. “Evviva!” urlo io di gioia. “Congratulazioni! Che bello! Arriva il cuginetto!”. La notizia in effetti mi ha riempito di gioia, visto che desideravano da un po’ questo bimbo (anche se sono molto giovani).
Dopo essermi ripresa dallo choc (ma come?! Mia cugina è una bambina, non può diventare già mamma, mi dicevo), veniamo ai discorsi pratici: nausee, crisi di sonno, prime paure ed emozioni e… l’ufficio.

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“Come faccio a dirlo in ufficio? Una mia collega mi ha detto che sono obbligata a comunicarlo entro i primi tre mesi per questioni di assicurazione…” dice la cugina.
“Alt” – la fermo subito – “non ascoltare le scemenze che ti dicono le colleghe, soprattutto quelle che non ci sono già passate, come nel tuo caso.”
E’ vero, su questo argomento se ne sentono di tutti i colori. E chi vi parla è una di quelle che è stata licenziata il giorno che ha comunicato la maternità, per cui credetemi, sono ben informata sull’argomento.

Non si ha alcun obbligo di comunicare nulla se non entro lo scadere dell’inizio della cosiddetta astensione obbligatoria dal lavoro, il che avviene al compimento del settimo mese. Momento in cui tutti hanno già abbondantemente capito che aspettate un bimbo.
Certo, una mica aspetta di arrivare a scodellare il pupo sulla scrivania. Di solito, passato il canonico terzo mese, lo si dice a cani e porci: amici, parenti, conoscenti, datori di lavoro…

Tutto dipende da come è il vostro rapporto con l’azienda, dal tipo di lavoro che fate. Ci sono lavori che sono considerati “a rischio” perché molto pesanti fisicamente (trasporto merci ad esempio o lavori che richiedono continui spostamenti in aereo, treno, macchina) oppure pericolosi (chi è a contatto con sostanze tossiche o pericolose tipo vernici, solventi, laboratori chimici ecc. ). In questi casi è meglio per tutti dirlo subito, in modo da farvi trasferire temporaneamente a un’area protetta o a trovare comunque un accordo che tuteli il benessere vostro, del vostro bambino e la tranquillità dell’azienda.

Ma se lavorate in ufficio e fate un lavoro normale, potete benissimo attendere il terzo mese compiuto. Certo, se andate a vomitare in bagno ogni due per tre e chiedete permessi per visite ginecologiche ogni tre giorni, è facile che vi sgamino ben prima che si veda la pancia e quindi bisogna parlare.
Il mio consiglio è quello di essere sempre leali e sincere ma usando la testa. Un po’ di sana scaramanzia – lo fanno anche le principesse, no? – consiglia di non spantegare subito la notizia ai quattro venti. Importante è comunque la chiarezza: il vostro datore di lavoro apprezzerà sicuramente una comunicazione (basta a voce, non dovete scrivere nulla) tempestiva anche se “ragionata”. Vi faciliterà, vi auguro, a preparare la strada del vostro rientro che, credetemi, anche nel migliore dei casi non è mai una passeggiata.

Qualche link di info:

http://www.vivereonlus.comhttp://www.inps.it

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